La prima fatica dell’architetto francese Jean Nouvel a Milano non poteva che essere il tentativo di costruire un tempio della moda. Non stiamo parlando dello show room di uno dei marchi dell’alta moda MADE in ITALY e nemmeno di un museo che li celebri (da tempo se ne parla!) ma, ed è segno dei tempi, di un department store, una torre di Babele della moda e non solo.
Non vi proporrò l’ennesimo riassunto della mia visita ma un’analisi della struttura di quell’impianto scenico che tra materiali, layout e scelte inconsuete tenta di riscrivere i canoni del fare shopping nel centro di Milano.
I “non” del Excelsior
Non potrete abbandonarvi ad un tour passivo, lasciandovi trasportare dalle scale mobili alternate stile Rinascente (non ci sono) come non potrete cercare l’insegna del vostro brand preferito che campeggia come in una fiera; non vi abbaglieranno con luci teatrali e non troverete manichini.
Nel nuovo modo di intendere lo shopping metropolitano la merce non è esposta in funzione del label ma armonicamente distribuita tra i sette piani realizzati all’interno della struttura ottocentesca: non ci sono espositori come ve li aspettereste ma teche, moduli multi-materiale più vicini alla cultura museale che a quella del visual merchandising: strutture di vetro in cui il materiale del rivestimento interno cambia da modulo a modulo, ora grezzo (cemento) ora meno ruvido ma opaco, il tutto bordato da fughe di luce LED dal sapore futuristico.
Questi moduli danno la direzione, accentuano le prospettive e rendono piacevole il gioco di trasparenze tra capi sartoriali, prodotti di design, in cui il personale dello store fluttua (vestito in modo differente ad ogni piano).
Nel Excelsior non troverete un bar… ma un sumpermercato, si con tanto di banco verdura, carne, pesce e altri prodotti ricercati.
A visita conclusa potreste avere la sensazione di aver visitato una mostra o un luogo di culto, di aver vagato per un’architettura piacevole in cui comprare della verdura (al chilo) ma che certo non è un centro commerciale, alla prima visita, forse, non riuscirete a comprare nulla.
Da non perdere
Fergie al Billboard Award
Janet Hansen
Lynne Bruning

TRAP LIGHT Designer: Gionata Gatto e Mike Thompson
Archeologia industriale, una location perfetta per chi vuole proporre nuove idee che raccolgono il buon gusto, la ricerca formale, la diversità culturale e, non possiamo negarlo, la voglia di emergere: si perchè sono proprio i designer emergenti a trovare spazio in una delle mete più suggestive – e mai deludenti – della settimana milanese del mobile: Rossana Orlandi, una sapiente mecenate (tra moda e design), riceve, elabora, giudica, boccia o approva, per poi esporre e vendere, idee e progetti nella sua fucina in cui, nei primi dell’ottocento, si fabbricavano cravatte.
Da sempre, a diverse domande su qual’è il posto più ricco, il meno commerciale, il più eterogeneo, suggestivo e insieme accogliente della settimana targata Design rispondo: Rossana Orlandi.
Nomi noti e sconosciuti, prodotti industriali e artistici, tecnologia e artigianato non compongono uno scenario da bazar ma piuttosto un selezionatissimo spaccato che, a distanza di anni, sembra sempre di più una rara occasione di dare un’occhiata su quello che potrebbe avvenire nei mesi -azzardo anni- successivi.
Sei un architetto? Lo devi conoscere
Sei un designer? Ci devi andare ogni anno
Sei un CoolHunter? Ci dovresti vivere
“Non so con quali armi si combatterà la terza guerra mondiale [Albert Einstein, 1943] ma la guerra tra Apple e Adobe si combatte anche con i linguaggi di programmazione per il web!
Proprio ieri, in metropolitana, mi sono imbattuto nell’ennesimo “ponte d’oro” alla tecnologia di Cupertino: HTML5
HTML5 non è solo un linguaggio, ma è lo strumento che ha permesso al volto di Lapo di muoversi animato (o ri-animato visti i passati episodi!) anche sul display retina del mio vicino. Sembrava che l’animazione e la grafica vettoriale , vista l’incompatibilità tra Apple e Flash, non sarebbero velocemente sbarcate sui device Apple ma lo sviluppo repentino del linguaggio, tanto supportato anche da Google, ha accorciato i tempi.
Il sito di Lapo regala un’interazione incredibile, con dinamiche di navigazione intuitive e divertenti, e un utilizzo insolito del background come superficie di riproduzione: certo lo sguardo e i movimenti del rampollo di casa Agnelli sono semplici e molto vicini ad una performance artistica ma l’effetto è garantito! - http://lapoelkann.com -
Credits da esplorare:
DODICITRENTA http://www.dodicitrenta.com/
SOUND IDENTITY http://soundidentity.com/
S2K AGENCY http://www.s2kagency.com/ita/portfolio.php
“Nella vita l’unica cosa certa è la morte, cioè l’unica cosa di cui non si può sapere nulla con certezza.” Sören Kierkegaard
Cosacerta Vs Capras crew – Death on the Wall from fabrizio on Vimeo.
Questa è Cosacerta !
Che la famiglia iPhone e iPad sia nata con la camicia era sotto gli occhi di tutti anche prima che qualcuno gli cucisse addosso un polsino!
iPolso è infatti un polsino in tessuto Oxford proposto da Bagutta come idea per il Natale 2010 per proteggere i vostri smartphone e tablet.
Nello store milanese in via S. Pietro all’Orto, Bagutta, marchio famoso per le sue camice MADE IN ITALY, vi stupirà con questo elegantissimo tecno-gadget con bottone in madreperla e iniziali.
Tecnologia e qualità sartoriale sembrano aver trovato un primo punto d’incontro!
http://www.cit-spa.it/
Non serve visitare tutti i giorni il sito di Pantone per capire quanti colori ci siano intorno a noi, anche se, stando ad una analisi critica del nostro guardaroba, ci accorgeremo di scegliere pressoché tutti i toni del grigio, del marrone e forse del blu!
Non stiamo parlando della rivoluzione del colore di Roberta di Camerino ma della ricomparsa di colori pieni, spesso molto luminosi, per accessori e gadget fashion e non solo.
Dopo la ri-comparsa dei wayfarer “a colori” è stato Swatch a ritornare con i classici Colour Codes, elemento di una svolta epocale (1983) nell’ambito dell’orologeria svizzera, mentre da poco Furla scopre contemporaneamente polimeri e colore (per non parlare di quella trasparenza così Apple|Bondi Blue) in un bauletto “must have” dai contorni LV e dal materiale già visto sulla Tote by Prada: Candy Bag!
Peccato che mentre tutti si impegnano sul tema del riuso e dell’eco compatibilità, si sia scelto di fare ancora uso di un materiale poco eco !!!
Quando Marta mi dice che i suoi vestiti sono unici, io penso di essere incappato nell’ennesima collezione fatta di capi limitatissimi, generalmente uno per taglia.
Poi ribatte: <<Ogni indumento viene realizzato utilizzando capi di seconda mano, ma di prima scelta, decostruendoli, ri-tagliandoli, e trasformandoli in un capo che maschera l’identità del materiale grezzo>>
E’ così che tra la rinascita di capi usati e l’unicità di capi con tagli uguali ma materia prima “differente” si configura lo “High Fashion Street Couture”, uno dei pochi spazi in cui è possibile trovare “capi unici ma tutti uguali tra loro”
Osservare i dettagli di un capo non ci permetterà più di per apprezzarne solo la qualità delle lavorazioni ma ci rivelerà qualcosa sulla sua storia, in una sorta di metempsicosi del tessuto quando ci chiederemo cosa sarà stato prima di diventare quella bellissima gonna che abbiamo appena indossato.